San Marco d’Alunzio. A un passo dal cielo

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Quando la bellezza chiama, Sneak Peek risponde. Ci siamo lasciati il mare alle spalle senza troppi rimpianti, qualche slalom antigravitazionale e l’abbiamo vista. San Marco d’Alunzio, bella come non mai, a un passo dal cielo.

Spiegarlo è difficile, ma noi ci proviamo lo stesso. San Marco d’Alunzio è un luogo dove il tempo lo vedi fluire sotto il naso, giù verso valle per poi risalire: sembra quasi un miracolo o un gioco di prestigio. Qui il futuro porta rispetto al passato, il passato mostra la via al presente, e se presente e futuro hanno qualche battibecco, ci pensa sempre lui, il passato, a farli ragionare.

La pietra cozza contro il cielo blu e le stradine pedonali che cesellano il centro storico traboccano di fiori, svelando l’amore di chi se ne prende cura. Tutto sembra avere un’anima, persino le case che brillano al sole. Tra giochi di luci e zone d’ombra, i tantissimi sottopassi trasformano il gomitolo di viuzze in un labirinto incantato, dove è possibile scoprirne la bellezza solo perdendosi.

San Marco d’Alunzio è davvero un museo a cielo aperto: te ne accorgi dal fatto che i resti archeologici di un passato ormai remoto sono stati fagocitati nella moderna edilizia civile. Si respira grandezza e la si vede scivolare tra le dita di chi ne custodisce gelosamente la sua memoria. Nei secoli, affacciandosi da questo immenso belvedere, la storia si è fatta avanti dal mare e non in punta di piedi, ma travolgente e inarrestabile. 

Ogni dominazione ha lasciato tracce e coperto vecchie impronte. Oggi San Marco d’Alunzio è una gemma preziosa a un passo dal cielo, incastonata nei Nebrodi, con le montagne a ripararne le spalle e l’azzurro del mare a rischiararle la fronte. L’atmosfera ovattata del piccolo borgo dal profilo medievale lascia con il fiato sospeso. Visitare questo paesino raggomitolato come un gatto in cima a un piedistallo, significa fare un bel respiro e immergersi nella meraviglia, andare in apnea.

Curiosità su San Marco d’Alunzio

Abbiamo selezionato alcune curiosità su San Marco d’Alunzio che non vediamo l’ora di raccontarvi. Siete pronti a scoprirle? Continuate a leggere!

SAN MARCO… D’ALFONSIO!

A proposito di San Marco d’Alfon….ehm, volevo dire d’Alunzio! A tutti può capitare di scambiare lucciole per lanterne. Ad esempio sentite un po’ cosa successe al comune aluntino subito dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia.

Il popolo di San Marco aveva espresso il desiderio di rivendicare l’antica prestigiosa origine greca del paese: fu così che al nome del santo apostolo San Marco, scelto dai dominatori normanni per denominare la roccaforte siciliana, si decise di affiancare l’appositivo “d’Alunzio” da Alontion (l’antica colonia fondata dai greci, successivamente chiamata Haluntium dai romani).

Per un errore grossolano, con il Regio Decreto del 26 ottobre 1862, alla cittadina venne appioppato il nome di San Marco… d’Alfonsio! Per correggere la tremenda svista si dovette attendere un bel pò: cinque lunghissimi anni, fino al 10 novembre 1867!

“SAMMARCOTI” O “ALUNTINI”

In Sicilia, spesso gli abitanti di un paese vengono identificati con due appellativi: uno ufficiale in lingua italiana; l’altro ufficioso, in dialetto, non sempre interpretato con accezione positiva. Nel caso di San Marco d’Alunzio, questa “regola” non vale.

Che li chiamiate “sammarcoti” o “aluntini“, qualsiasi definizione è per loro motivo di orgoglio. E poi se c’è una cosa che gli abitanti di San Marco d’Alunzio hanno nel DNA, è il saper stare “al gioco”.

“Si può scoprire di più su una persona in un’ora di gioco che in un anno di conversazione”

Diceva Platone. In effetti il modo migliore per saperne di più sulle nostre origini, è scoprire come si divertivano nel tempo libero i nostri antenati! E sembra proprio che gli abitanti di San Marco sul divertirsi e lo stare insieme abbiano molto da insegnare. Vi sembra uno scherzo? Leggete un po’ qui.

GIOCO DEL TOCCO

Osteria, carte da gioco, vino (o birra) a volontà: ieri come oggi, questi sono gli ingredienti per una serata perfetta all’insegna del puro divertimento. Chiedete a chi volete: se c’è una cosa che un sammarcoto doc non può non conoscere, è il gioco del “giro a battere”, variante più diffusa tra i giovani del tradizionale gioco del tocco

Antico e amatissimo intrattenimento ludico, impegnava gli uomini del paese dopo una dura giornata di lavoro. Consisteva in un gioco di ruoli stabiliti in base al punteggio assegnato dalle carte, con il quale si decretavano un “patruni” (padrone) e un “sutta” (cioè sotto, il suo vice) al quale spettava il diritto di “comandare” su tutti i giocatori. 

Il momentaneo ribaltamento sociale del ruolo padrone-servo, è lo stesso che animava gli antichi festeggiamenti romani dei saturnalia (fatti in onore del dio Saturno, l’equivalente romano del dio greco Kronos, padre di Zeus). Per un giorno intero, ai padroni spettava il compito di cucinare per i servi. Da qui trae spunto la goliardica inversione gerarchica tipica del Carnevale, tanto per intenderci.

Scopo del gioco del tocco? Bere di più, pagando di meno! Ammessi sfottò e imprecazioni. E se mai doveste trovarvi nei paraggi durante una sessione di gioco tra sammarcoti, si raccomanda la massima prudenza!

KOTTABOS

Di gioco e simposio, gli abitanti di San Marco d’Alunzio sono dei veri esperti da più di 2000 anni . Non ci credete? Ne abbiamo le prove! 

Proprio a San Marco, durante degli scavi avvenuti nell’area in cui sorgeva l’antica Necropoli (cioè “città dei morti”, l’equivalente dei nostri moderni cimiteri), furono rinvenute tombe risalenti al IV-III secolo a.C., che ci hanno restituito, tra i preziosi oggetti a cui i defunti erano evidentemente affezionati, un kottabos (o cottabo).

Si tratta niente di meno che del gioco più diffuso e apprezzato nell’antichità! Richiedeva grande abilità manuale e spiccata inclinazione al trastullo, e in questo i siciliani erano dei veri maestri. Pare che furono proprio i Sicani, presenti sull’isola prima dei greci, a inventare il gioco del kottabos, che consisteva nel colpire con le ultime gocce di vino rimaste nella coppa, un bersaglio sospeso in equilibrio su un’asta. Il tutto restando sdraiati e calibrando il lancio con la sola rotazione del polso. 

Vi sembra un gioco da ragazzi? Eppure ci risulta che c’era chi andasse più fiero di una vittoria al kottabos che di un lancio del giavellotto ben assestato. Fate un po’ voi.

I SEGRETI DEL TEMPIO DI ERACLE

Ai piedi del paese si erge il famoso tempio dedicato a Eracle (o Ercole), il semidio delle dodici fatiche figlio del re dell’Olimpo. Fu costruito nel IV secolo a.C. dai fondatori della città provenienti dalla Grecia. Con il passare dei secoli ha subito modifiche strutturali e artistiche che tuttavia non ne hanno alterato la bellezza.

Mentre il tempio di Eracle se ne sta lì a vegliare sugli abitanti nel suo silenzio millenario, una domanda sorge spontanea: perché edificare un tempio in onore di un dio rinomato per i suoi muscoli? Per conoscere la risposta bisogna prima svelare i segreti del tempio di Eracle.

ALONTION, “LA CONQUISTATA”

Pare che l’antica roccaforte ellenica chiamata Alontion, fu in realtà “conquistata” dai Greci con il sangue. A vendere cara la pelle, con ogni probabilità, furono gli indomiti e battaglieri Sicani che abitavano questo territorio. 

Il nome stesso dell’insediamento urbano altro non è che la forma sostantivata del verbo greco alìskomai, che significa proprio “conquistare”: dunque Alontion, “la conquistata”. I colonizzatori greci sbarcati sulla costa si scontrarono in battaglia con la popolazione indigena. Avuta la meglio, innalzarono il tempio al forte e combattente Eracle per celebrare la vittoria.

DA TROIA AD ALONTION

La storia di Alontion potrebbe essere intrecciata alla mitica Guerra di Troia. Non si sa molto, ma quel tanto che basta per poter credere che sia proprio così.

Secondo alcuni studiosi, la popolazione contro cui i Greci lottarono per la conquista della roccaforte, era il risultato della mescolanza tra quella autoctona e gli antichi colonizzatori del nostro litorale tirrenico, approdati sull’isola dopo esser fuggiti dalla città di Troia in fiamme. 

L’origine del popolo dei Sicani resta ancora oggi una “questione tormentata”. Tra storia e mito, non mettere il dito… Non si dice così?! 

Sappiamo solo che un certo Patron di Thurios, compagno del leggendario Enea (quel pio Enea snobbato nell’Iliade, ma protagonista dell’Eneide virgiliana), riuscì a scampare alla distruzione di Troia e raggiungere lo specchio di mare compreso tra i Nebrodi e le Eolie. Stregato dalla posizione strategica e dal panorama mozzafiato offerti dal promontorio su cui sorge ancora oggi San Marco d’Alunzio, vi fondò il centro che otto secoli dopo sarebbe stato ribattezzato Alontion.

In realtà non sappiamo quale nome Patron diede davvero alla città, né se fu davvero lui il mitico fondatore. Ma una cosa è certa: Alontion venne ri-fondata dai Greci, non ex novo, cioè da zero. Oggi è pressoché impossibile sapere con esattezza quale grandezza raggiunse l’antica e primitiva San Marco d’Alunzio; ma chiunque abbia scelto quel monte, sembra abbia voluto che la città sorgesse a un passo dal cielo. Bisogna ammetterlo: questo è quello che si intende per “fare le cose in grande stile”.

LA COMPARANZA

Chiacchierando con la gente del paese abbiamo scoperto una tradizione che coinvolge tutta la comunità, uomini e donne, di ogni età. Si tratta della “comparanza” e “commaranza”, un rito che testimonia come qui in Sicilia, l’amicizia sia una cosa seria. È la celebrazione ufficiale del legame che si stringe tra commari e compari, che per i siciliani vale molto più di una semplice amicizia.

A San Marco d’Alunzio funziona così. Il 24 di giugno, in occasione della festa di San Giovanni Battista, tra fiori e musica, viene inoltrata la richiesta di “comparanza”. Alla domanda, deve seguire chiaramente la risposta. Questa avviene il 29 giugno (giorno della festa di San Pietro), e a quanto pare non è mai negativa: una cesta contenente fiori freschi, sapone di marsiglia, lavanda, lenticchie, olio e prodotti realizzati con amore per il destinatario, suggella il sodalizio. 

Si diventa così compari (e commari) di San Giovanni, o di mazzo. Oggi queste ceste sono una vera gioia per gli occhi. Ma un tempo la comparanza avveniva donando un semplice mazzo di fiori coltivati in casa.

O un semplice rametto di oleandro che cresce rigoglioso in paese, come ci ha raccontato un anziano signore, protagonista di questa storia di comparanza, che ci ha dato una preziosa lezione: ricordare è il modo migliore per viaggiare nel tempo e offrire una corsa gratis a chi ascolta.

Noi l’abbiamo trovato proprio lì, sotto un oleandro. Se non è questa magia…