Il giorno dei morti che non fa paura

/ Sneak Peek, Tradizione

Il 31 ottobre mini zombie e vampiri con canini sanguinanti alti poco meno di un metro, festeggiano la festa anglosassone più glam e meno made in Italy che ci sia: esatto, parliamo di Halloween. Ma siamo sicuri che il giorno dei morti che stiamo festeggiando sia quello giusto?

Genitori hi-tech e nonni “giovanili”, non ce l’ho con voi. Non è mica colpa nostra se l’horror mania dilaga e impazza in tutto il mondo, e se veniamo bombardati da zucche vuote con costumi accattivanti a party esclusivi.

Far caciara è international, piace a tutti, figuriamoci a noi.

Ma ci siamo chiesti se il nostro tradizionalissimo e barbosissimo Giorno dei morti, possa in qualche modo competere con la fashionissima festa di Halloween. Ciò che ne è emerso forse vi turberà, quindi invitiamo i soggetti impressionabili a interrompere la lettura per dedicarsi ad un’attività più allegra, tipo che so, ripulire le tasche di indumenti e borse mentre fate il cambio stagione. Che metti caso, tra scontrini e cartacce, saltano fuori banconote da 5 euro, o monete… ah, che soddisfazione! 

I lettori più coraggiosi e intrepidi proseguano senza timore. Lo sappiamo che ci siete passati anche voi, non siete i soli.

Ad Halloween bambini travestiti da mostri e fantasmi, vanno in giro per le case a chiedere dolcetto; quanto allo scherzetto, nemmeno i più grandi scienziati hanno ancora scoperto a cosa alludano. In effetti, quale cuore di pietra negherebbe dolciumi a teneri bambini travestiti? Forse solo l’anziana signora che non restituiva mai i palloni che di tanto in tanto finivano nella sua proprietà, e ci lasciava lì a guardare mentre li scoppiava con le forbici. Fa ancora male, credetemi.

Dicevamo… Ad Halloween devi bussare per ottenere ciò che vuoi, ma vuoi mettere il Giorno dei defunti, in cui sono loro a venire da te? Massimo risultato, minimo sforzo.

Lo ricordiamo bene noi il 2 novembre. La sera della vigilia – passata cioè la festa di Ognissanti – prima di andare a dormire, mamme e papà si avvicinavano al capezzale, spostavano qualche peluche dal letto, e guardandoci negli occhi, con sorrisi complici e carezze rassicuranti, sussurravano nella penombra della nostra cameretta: “stanotte ti vengono a trovare i morticini. Chissà cosa ti portano! Ora dormi, buonanotte”. Spegnevano l’abat jour, e nella stanza piombava il silenzio delle tenebre.

L’indomani si sarebbe andati tutti insieme al cimitero, per ringraziarli, lasciare dei fiori e dire una preghierina.

Ora ditemi: credete che una cosa del genere non abbia mai suscitato dubbi o domande, lasciato perplesse intere generazioni di bambini, prima dell’avvento del signor Google? Se ne avessimo avuto modo, avremmo scoperto che questa prassi, tramandata da sempre in tutte le famiglie, altro non è che un’antica tradizione pagana adattata successivamente al culto cristiano. E già così, suona meno paranormale!

Avremmo razionalizzato l’immagine di parenti defunti che dal loro attuale domicilio (posto decisamente tranquillo), si prendono la briga di venirci a trovare nel cuore della notte, cosicché l’indomani mattina, ispezionando casa, noi trovassimo dolciumi, giocattoli o, nei casi più sfortunati – il nostro criterio di giudizio a quell’età è ancora acerbo – soldi.

Trovare le ossa di morti, dolci tipici esposti in questo periodo nelle vetrine di forni e pasticcerie, era un po’ come trovare oggetti contundenti di dubbia natura. Sono davvero dolci? Qualcuno li hai mai mangiati? E se li ha mangiati, ha poi ricevuto la visita del topolino dei denti, o tradizione con tradizione si annulla? Queste sono domande che mi levano il sonno ancora oggi.

Per non parlare della frutta marturana, ricetta a base di farina di mandorle e miele, inventata a Palermo dalle monache della Martorana per abbellire il monastero in occasione della visita del Papa. Arma di distruzione di massa per diabetici, fiore all’occhiello della produzione artigianale siciliana, con il suo richiamo estetico alla frutta fresca e genuina, si classifica più nella categoria di oggetto d’arredamento, che dolce tradizionale.

Ma non divaghiamo.

Il punto è, che una volta appurato che la visita dei nostri cari era solo metaforica, frutto di un momento di commemorazione condiviso da tutti i cristiani, avremmo meglio compreso e metabolizzato il suo significato. In fondo il 2 novembre, in particolare al Sud, commemorare i defunti è un modo per avvicinare i più piccoli al delicato tema della morte. Farlo nel modo più naturale possibile.

A pensarci bene, insegnare ai figli e ai nipoti che esiste un legame più forte del tempo e dello spazio, significa infondere in loro l’idea che nella vita potranno arrivare dove vogliono, perfino oltre la galassia, ma mai niente e nessuno potrà privarli della loro memoria, della potenza del ricordo, della sicurezza delle loro radici.

Pensateci. Buone feste!