La merenda della nonna

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Non è un’invenzione frutto della più sofisticata tecnologia: la merenda della nonna ci fa fare un viaggio indietro nel tempo e tornare bambini. E poi si sa, se le nonne siciliane governassero il pianeta, la fame nel mondo verrebbe debellata in men che non si dica.

A loro non serve un plicometro per riconoscere la minima alterazione della massa corporea, anche la più impercettibile. Ed eccole lì, sempre pronte con l’olio di gomito a far montare un uovo sbattuto, a friggere solo Dio sa che, a sfornare teglie fumanti a mani nude senza battere ciglio. Le nonne, paladine della merenda sana e genuina.

Oggi si va sempre di corsa e il tempo per armeggiare dietro i fornelli scarseggia: diciamocelo, in certi casi manca anche la voglia. E pensare che una volta la giornata era più corta, terminava col calar del sole, ma il tempo per viziare i più piccoli si trovava sempre. La merenda era sacra.

Oggi i sapori genuini sono stati soppiantati da quelli industriali che creano una vera e propria dipendenza. La coscienza ci impone l’obbligo morale di approfondire un argomento delicato, nel tentativo di sedare il secolare scontro generazionale: merenda genuina o merenda golosa?

Più che una semplice domanda, sembra più un vero dilemma. Eppure c’era una volta la merenda della nonna, buona e sana, che fa ancora sospirare. Ma soprattutto mette tutti d’accordo.

La dolce merenda della nonna: il biancomangiare.

Delizia per gli occhi e per il palato: sbucava fuori all’improvviso, non si sa come, non si sa da dove. Una cosa è certa: il biancomangiare siciliano era il dolce dell’infanzia per eccellenza. Latte, zucchero, farina, e il gioco era fatto.

biancomangiare

Questo dessert dal gusto inconfondibile, veniva aromatizzato a piacere della nonna: scorzetta di limone, cannella, nocciole sbriciolate sulla superficie. Altro che Magnum Plasure Store: il vero tocco trasgressivo? Una distesa di biscotti Saiwa che si rammolliva al contatto prolungato con la poltiglia budinosa. Insomma, una merenda dolce ma estrema, non adatta ai deboli di cuore, che alla timida richiesta “posso mangiare solo il bianco?” si ritrovavano la bocca piena senza colpo ferire.

Immune al trascorrere del tempo e delle mode, il biancomangiare viene ancora oggi riproposto in svariate versioni, alcune fedeli alla tradizione, altre totalmente rivisitate in chiave fit e gluten free. Il caro vecchio latte della mucca Carolina? Via! Al suo posto latte vegetale (soia, mandorla, riso…). La farina di frumento? Ma no! La farina di riso è cool! Ma se storci il naso, non temere: non sei un irriverente purista conservatore. A tutti è concesso il beneficio del dubbio, specie a tavola.

La merenda della nonna salata: pane e pomodoro.

D’estate, i pomeriggi a casa della nonna venivano intervallati da una bella fetta di pane con il pomodoro sfregato (u pani fricatu cu pumadoru), condito con un pizzico di sale, un filo d’olio e origano. Erano i tempi in cui avere il forno a legna in casa era fondamentale, così di pane se ne faceva a sufficienza per tutta la famiglia, circa una volta a settimana. In molti ricordano ancora l’estenuante preparazione del forno a legna, tant’è che gira voce preferiscano starsene alla larga. Male, perché anche quella è un’arte che andrebbe tramandata.

Se in famiglia c’erano bambini, per ciascuno veniva realizzata una pagnotta di dimensioni ridotte, chiamata “minnittu”, proprio per la sua forma tondeggiante che richiama la forma di un seno femminile. Ma il giorno del pane per i bambini significava automaticamente ricevere dei pezzetti di impasto con cui giocare: era la versione più economica ma non meno divertente dell’intramontabile Didò, la plastilina che ha intrattenuto intere generazioni di promettenti pseudo-artisti. Insomma, nonostante oggi possa apparire quasi incomprensibile, resta il fatto che un’abitudine così ordinaria si trasformava in occasione di festa.

Questa mistica fetta di pane non era un horcrux , bensì la quintessenza dell’operosità umana, una sorta di porta d’accesso che conduceva al piacere primitivo, viscerale. Il pane fatto in casa, il pomodoro appena raccolto nell’orto con la sua polpa baciata dal sole, l’origano appeso a essiccare a testa in giù, l’olio nuovo dal sapore pungente: ecco la ricetta della felicità! Ma non per tutti. A preferire la versione minimalista (cioè pane e olio) erano gli schizzinosi, difensori delle puree, dei minestroni passati, dell’uva sbucciata privata dei noccioli, quelli che in sostanza del pomodoro non gradivano i semini; e gli inesperti, quelli che “questo non lo voglio!” senza averlo mai assaggiato, a cui l’idea di un ortaggio crudo spappolato contro il pane mandava in corto circuito il sistema nervoso. Ma chi siamo noi per giudicare? In fondo nessuno è perfetto.

E’ proprio vero: ricordare la merenda della nonna fa battere forte il cuore. Ma qual è quella che ti fa tornare bambino al solo pensiero?

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