Leggende celtiche di Sicilia

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Si può parlare di leggende celtiche di Sicilia? Esiste davvero un legame tra la tradizione popolare che ha prodotto gli avvincenti racconti di Re Artù e quella siciliana?

Piccole luci tra gli alberi illuminano una fanciulla dai capelli rossi con la pelle candida come latte. Le sue dita danzano sulle corde di un’arpa celtica. Ci porta in un mondo popolato da fate, druidi e creature magiche che affiorano da uno specchio d’acqua, o si nascondono dietro il tronco di un albero millenario. Ci guida per mano in un luogo in cui ogni pietra, filo d’erba o ruscelletto possiede un’anima.

E allora sediamoci all’ombra di un sambuco. Un ponte tra Irlanda e Sicilia c’è, basta chiudere gli occhi e ascoltare il suono dell’arpa per capire che lo stiamo già attraversando.

Leggende celtiche di Sicilia: un ponte invisibile

Sicilia, Irlanda, Inghilterra. Guardandole sul mappamondo, queste isole sembrano così lontane. Eppure la Sicilia è unita al mondo celtico da un filo sottilissimo, come la corda di un’arpa. L’eco di lame stridenti e aneddoti di fate e folletti dispersi nel vento della storia, sono giunti fin qui in sella ai destrieri di nobili cavalieri.

Che l’Irlanda sempreverde e la Sicilia dal cuore rosso come la lava, siano collegate da un ponte invisibile, è ormai risaputo e ne abbiamo prove inconfutabili.

Le affascinanti leggende anglo-sicule sono le testimonianze del contatto con gli antichi popoli di origine celtica. Per questo parlare di leggende celtiche di Sicilia non è poi così azzardato.

LA LEGGENDE DELLE TRE SORELLE

Iniziamo con la leggenda delle tre sorelle. Fa più o meno così. Vivevano un tempo tre sorelle che si ritrovarono un giorno a corteggiare lo stesso uomo, e già di per sé l’inizio non promette nulla di buono. Quel che accadde dopo è anche peggio.

Il bel giovanotto in questione finì col ricambiare le attenzioni di una delle tre sorelle. Disposti a rischiare le loro vite pur di trascorrere del tempo insieme, i due amanti vennero beccati con le mani nella marmellata dalle due sorelle invidiose, che in raptus di gelosia acuta, gettarono la sorella amata dal giovane nel fiume.

La fanciulla annegò. Ma come ogni leggenda celtica che si rispetti, accadde qualcosa di inaspettato: un bardo che passava da lì trovò il corpo senza vita della fanciulla e, mosso da pietà, la trasformò in una bellissima arpa. Non chiedetemi come.

Pare anche che il bardo si recò in seguito al cospetto del re, e proprio mentre stava per suonare lo strumento, l’arpa iniziò a cantare come per magia, denunciando il misfatto e ottenendo così giustizia. Una magra consolazione, ma meglio tardi che mai.

BARDI E AEDI

Bardi e aedi sono le antiche figure a cui si deve la diffusione della tradizione orale. Gli antichi bardi celtici erano poeti professionisti, cantori itineranti il cui compito era quello di raccontare (talvolta gonfiando) ciò che accadeva in terre lontanissime da chi ascoltava. Nell’antica Grecia, lo stesso incarico era affidato agli aedi (ado in greco significa proprio cantare), ai quali si deve la diffusione orale dei poemi omerici.

La leggenda du friscalettu

A proposito di leggende celtiche di Sicilia. Se siete siciliani e leggendo la storia delle tre sorelle vi è sembrato di avere un dejavù, state tranquilli. In effetti è molto probabile che sia così.

In questa leggenda celtica sono presenti molti elementi che ricordano la leggenda du friscalettu. Per chi non lo sapesse, è la storia di tre fratelli (anche qui le versioni sono tante, ma la sostanza non cambia), figli del re, che incaricati dal padre a compiere una difficile missione, finiscono col trasformare una sana competizione in tragedia.

Il fratello che riesce nell’impresa provoca negli altri un’insana gelosia. Accade l’irrimediabile: il ragazzo viene ucciso – indovinate un po’ – gettandolo nel fiume.

Poco tempo dopo, un pastore ignaro del misfatto, giunto sul luogo del delitto, stacca una grossa canna per ricavarci un bel friscalettu, il tipico flauto usato dai pastori per allietare le lunghe giornate trascorse in aperta campagna con le greggi.

Il finale è tutt’altro che a sorpresa: anche in questa leggenda siciliana, il pastore-cantore, tra lo sgomento, scopre l’orrendo delitto grazie alla magia che anima lo zufolo. L’anima del ragazzo, attraverso il suono emesso dallo strumento, rivela i suoi assassini. E lo fa anche in presenza del re suo padre, presso il quale il pastore si reca per denunciare quanto udito.

RE ARTÙ E SUA MAESTÀ L’ETNA

Tra le leggende leggende celtiche di Sicilia, quella con protagonisti Re Artù e sua Maestà l’Etna ci tramanda la versione dal finale alternativo, a dir poco suggestivo, dell’ultima battaglia di Re Artù.

Secondo la tradizione, il cavaliere della Tavola Rotonda Moldred (figlio della fata Morgana), era un traditore usurpatore; nella battaglia di Camlann, di cui ancora oggi studiosi e appassionati cercano di stabilirne l’esatta collocazione geografica, aveva cercato di impadronirsi del trono sfidando in duello Re Artù, ma entrambi erano morti nello scontro. 

Ma sentite questa. Sembrerebbe che in realtà Re Artù non morì affatto in battaglia. Allo stremo delle forze, il re invocò l’aiuto dell’Arcangelo Michele, il quale aiutò il prode guerriero ad aggiustare l’amata Excalibur, la leggendaria spada nella roccia, che si era spezzata in seguito allo scontro con il feroce Moldred. E come poter riparare quella lucente e mitica spada, se non saldandola con la lava del maestoso vulcano Etna?

Presto detto: l’arcangelo Michele sollevò da terra Re Artù e lo trasportò fin dentro il cratere della montagna siciliana. Una volta riparata la spada, il re si addormentò in un sogno profondo. In cuor suo sperava di poter godere ancora a lungo della bellezza di quel panorama. Così le sue preghiere furono accolte, tant’è che pare egli viva ancora dentro al vulcano e tenga a bada le viscere della terra.

Quando l’Etna erutta è solo perché Re Artù si assenta per portare ai bambini inglesi frutta e dolci tipici della nostra meravigliosa terra.

FEDERICO II IN FISSA PER RE ARTÙ

I Normanni giocarono un ruolo fondamentale nella diffusione dei racconti del ciclo bretone in Sicilia. Quando conquistarono l’Inghilterra, entrarono in contatto con uno dei più grandi patrimoni di storie fantastiche d’Occidente. Inutile dirlo, se ne innamorarono.

Così leggende condannate all’oblio (i cavalieri della tavola rotonda, Re Artù, Merlino, Lancillotto…), furono consegnate all’immortalità e destinate ad alimentare l’immaginario collettivo di tutto l’Impero, fino ai giorni nostri. 

Nel Regno di Sicilia, ad esempio, Federico II di Svevia, lettore entusiasta del ciclo arturiano, era talmente fissato con Re Artù e il simbolismo ermetico, che ordinò venisse costruito un castello ispirato alla leggendaria fortezza di Camelot, presente nel romanzo di Chrétien de Troyes.

Si tratta dell’imponente Castel del Monte, nel comune di Andria, in Puglia. Patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, osservandolo da lontano, sembra proprio una corona.

L’ISOLA DI AVALON

L’isola di Avalon, ovvero l’isola delle mele (mela in bretone si dice proprio aval), è un leggendario luogo perduto, fertile, florido, una specie di Giardino delle Esperidi (per agganciarci alla mitologia greca), un paradiso terrestre di cui nel corso dei secoli si è cercato invano di determinarne l’esatta collocazione. 

Quel che sappiamo, è che chi ha intravisto nel profilo triangolare della Sicilia la mitica Avalon, ne ha tutte le ragioni. Vuoi perché l’Etna era la fucina degli dei e degli eroi, in cui venivano realizzate armi leggendarie come la spada Excalibur; vuoi perché si dice che sia qui, nelle profondità del cratere, che riposi Re Artù; vuoi perché la Sicilia, un paradiso terrestre lo è per davvero. Come dargli torto?

RE RUGGERO E LA FATA MORGANA

Quando intorno all’anno 1000 il conte Ruggero d’Altavilla si preparava a conquistare la Sicilia liberandola dagli Arabi, si racconta che fece un incontro davvero inaspettato.

Mentre il Gran Conte da Reggio Calabria osservava le coste siciliane, gli si presentò davanti niente poco di meno che la potente fata Morgana. Nel tentativo di aiutare il valoroso conte nell’impresa, con un incantesimo fa apparire le coste siciliane vicinissime, quasi a portata di balzo!

Ruggero è tentato, ma preferisce affidarsi alla Madonna e contare sul solo ingegno umano e sul suo esercito, rifiutando così l’ingannevole aiuto di Morgana.

GIOCO DI MAGIA

Da una fata che si rispetti non possiamo che aspettarci un sensazionale gioco di magia. I siciliani e i dirimpettai calabresi non possono lamentarsi. L’affascinante illusione ottica conosciuta in tutto il mondo come “Fata Morgana”, è un miraggio che si osserva spesso nello Stretto di Messina.

A restare ammaliati e tramandare questo fenomeno ottico, furono per prima i Normanni: ne restarono talmente affascinati da ricamarci su una leggenda con protagonisti per l’appunto il Re Ruggero I e la fata Morgana, seducente protagonista della mitologia celtica.

Pescatori e marinai venivano tratti in inganno da visioni irreali, come fantastici castelli dalla sagoma insolita o isole dall’aspetto mutevole. A conferma del fatto che un tempo, ai perché della natura, l’uomo rispondeva con non poca originalità, e non serviva di certo un ponte per volare con la fantasia.

In copertina Ginevra Gilli

Photo credit | Rosario Patanè