L’origine delle Teste di Moro

/ Curiosità

PERDERE LA TESTA PER UNA SICILIANA

Le Teste di Moro sono in assoluto tra i simboli più caratteristici della Sicilia. Così belle, da far perdere la testa. Scusate la battutaccia… 

Le Teste di Moro sono come il prezzemolo: in qualunque punto della Sicilia ci trovassimo, finiremmo con l’imbatterci sistematicamente in un’inseparabile coppia di Teste di Moro. Questi iconici oggetti in ceramica, ammiccano e conquistano turisti e passanti. Non è pura vanità estetica: con le loro espressioni eteree e imperturbabili, sembra che vogliano dirci qualcosa.

Capolavori dell’artigianato siciliano (rinomatissime quelle di Caltagirone), le Teste di Moro sono famose in tutto il mondo. Queste statue antropomorfe soddisfano tutti i gusti e si adattano a ogni stile d’arredamento. Coloratissime o monocromatiche, grezze o raffinate, economiche o di lusso: c’è solo l’imbarazzo della scelta!

Le Teste di Moro vengono esposte con orgoglio in abitazioni private, locali, vetrine di negozi. Perché diciamolo, sono incantevoli, delicate e sofisticate, ma soprattutto instagrammabili! C’è chi sostiene che chi non ha mai perso la testa, si è perso il meglio della vita. Beh, lo vada a dire a quel Moro…

SULL’ORIGINE DELLE TESTE DI MORO

La storia delle Teste di Moro trova la sua origine al tempo della dominazione araba. Palermo fu scelta come sede dell’emirato che ne rivoluzionò l’assetto urbanistico. Emblema dell’incontro tra la cultura d’Oriente e quella siciliana, la storia delle Teste di Moro pare essere sbocciata nell’antico quartiere arabo palermitano della Kalsa, “l’eletta”. Qui fu eretta la cittadella fortificata residenza dell’emiro e degli organi amministrativi, presieduta dai soldati cui spettava il compito di sorvegliare e mantenere l’ordine in città.

Sull’origine delle teste di moro, gli antichi ci hanno tramandato due versioni. In entrambi i casi, si narra che un soldato da poco sbarcato sull’isola, passeggiando per le vie della Kalsa notò una ragazza dall’incomparabile bellezza, intenta ad annaffiare i fiori sul davanzale. Schiva e ritrosa, la fanciulla non sembrava voler cedere alla corte dell’invasore armato così diverso da lei. A questo punto della storia si dipanano due trame narrative, una noir, l’altra drammatica, ma in entrambi i casi il finale è piuttosto tragico. 

VERSIONE NOIR: TI AMO MA TI AMMAZZO

testa di moro

Nella versione noir, a tratti gotica, la bella fanciulla siciliana cede all’affascinante straniero ricambiando il suo amore. La passione travolgente si tramuta in disperata gelosia quando la fanciulla realizza che presto il suo amante lascerà la città per tornare a casa, dove lo aspetta sua moglie. E’ allora che “il mostro dagli occhi verdi” prende il sopravvento: in un raptus di follia la ragazza recide di netto la testa dell’amante che stremato dopo l’incontro amoroso riposava accanto a lei. Della serie, ti amo ma ti ammazzo. Cimentandosi in un macabro lavoretto di bricolage, la bella siciliana trasforma la testa del moro in una rasta (o “grasta”, vaso da fiori nel dialetto siciliano), nella quale pianta del basilico, simbolicamente associato alla morte. Grazie a del buon terriccio e alle lacrime di una siciliana infuriata e vendicativa, il basilico cresce così rigoglioso nella rasta (a forma) di moro, che tutti i vicini corrono dall’artigiano di fiducia per farsi realizzare dei vasi identici a quello esposto dalla dolce fanciulla: una vera e propria influencer ante litteram!

VERSIONE DRAMMATICA: MOGLIE E BUOI DEI PAESI TUOI

testa di moro

La versione strappalacrime è un classico, fonte d’ispirazione per numerosi scrittori: un amore clandestino, osteggiato dalla famiglia di lei, destinato a un tragico epilogo. Scoperta la liaison amorosa, i due amanti vengono uccisi senza pietà dai familiari della fanciulla. Con lo scopo di sconfessare la vergogna subita, le teste mozzate dei due innamorati vengono esposte in bella vista. La drammatica dipartita dei due amanti, la durezza dell’onore siciliano, il misticismo e la spiritualità della cultura araba, sono gli ingredienti che hanno reso immortale la celebre novella di Lisabetta da Messina, confezionata da Giovanni Boccaccio per il suo Decameron. Qui a perdere la testa per una bella fanciulla siciliana non è un “moro”, ma Lorenzo, garzone di umili origini. Ritenuto non all’altezza della ragazza, viene fatto fuori dai fratelli di lei. Lisabetta scopre la verità in sogno: si precipita nel luogo in cui è stato nascosto il corpo di Lorenzo, lo trova e, inconsolabile, pensa bene di portare la testa dell’amato via con sé. Il ragionamento non fa una piega. La testa di Lorenzo non diventa un originalissimo vaso, ma eccezionale fertilizzante, inutile dirlo, per una profumatissima pianta di basilico. Alla fine la fanciulla muore di dolore. Fine.

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